Guerra nel Gemonese
• 6/6/2010 - Un contributo di riflessione sul ruolo dell'Italia nella guerra in Jugoslavia
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A proposito di espansionismo slavo, pulizia etnica e deficit di memoria.
Così fu annunciato a Pola da Benito Mussolini il 22 febbraio del 1920 prima della sua ascesa al potere:
"Di fronte ad una razza inferiore e barbara come quella slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. Non temiamo più le vittime… I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani".
Già nel settembre dello stesso anno disse durante un suo comizio a Pola:
"Per la creazione del nostro sogno mediterraneo, è necessario che l'Adriatico, che è il nostro golfo, sia in mano nostra; di fronte alla inferiorità della razza barbarica quale è quella slava".
( partigiani Yugoslavi si sono organizzati venti anni dopo, nel 1941).
Il conte Galeazzo Ciano di Cortelazzo, genero di Benito Mussolini, nonché Ministro italiano per gli affari esteri durante la guerra, scrive nel suo diario, in data 5 gennaio del 1942, di aver accolto il segretario del Partito nazionale fascista del Friuli Venezia Giulia Aldo Vidussoni. Egli riporta:
"Mi furono confidate le sue intenzioni cruente contro gli Sloveni. Intende ammazzare tutti. Gli dissi che ce n’erano un milione. ‘Non importa’, rispose risoluto ‘bisogna agire come i nostri predecessori in Eritrea, sopprimendo tutti."
Il 31 luglio del 1942 Mussolini, ora nelle vesti del Duce, annesse, con l’aggressione, il sud della Drava banovina. Queste furono le sue parole in occasione dell’incontro con i comandanti militari, tenutosi a Gorizia, riferendosi alla zona occupata in Slovenia:
"Questo paese è degenerato. Si dovrà eliminare il suo frutto velenoso per mezzo del fuoco e della spada… Agiremo come Giulio Cesare con la Gallia ribelle: bruciando i paesi in rivolta, ammazzando tutti gli uomini oppure mandandoli nell’esercito, portando lontano da casa e riducendo alla schiavitù donne, vecchi e bambini …".
Nel registro di quest’incontro conservato in archivio vi si legge un ulteriore comando del Duce: ‘Non sono contrario all’emigrazione di massa del popolo… Questi popoli si ricorderanno che la legge di Roma è inflessibile. Ordino l’applicazione di questa legge…"
Il comandante del XI corpo dell’Armata Mario Robotti riferì ai suoi subordinati il seguente comando di Mussolini, risalente al 12 agosto 1942: "Le autorità superiori non sono contrarie alla deportazione dell’intero popolo sloveno insediandovi Italiani…, in altre parole: unificazione dei confini nazionali e politici…".

In una lettera spedita al Comando supremo dal generale Roatta in data 8 settembre 1942 (N. 08906), viene proposta la deportazione della popolazione slovena. "In questo caso scrisse si tratterebbe di trasferire al completo masse ragguardevoli di popolazione, di insediarle all'interno del regno e di sostituirle in posto con popolazione italiana".
I campi di concentramento e deportazione italiani furono almeno 31 (a Kraljevica, Lopud, Kupari, Korica, Brac, Hvar, ecc.), disseminati dall'Albania all'Italia meridionale, centrale e settentrionale, dall'isola adriatica di Arbe (Rab) fino a Gonars e Visco nel Friuli, a Chiesanuova e Monigo nel Veneto. Solo nei lager italiani morirono c.a. 11.000 sloveni e croati. Nel lager di Arbe (Yugoslavia) ne morirono 1.500 circa. Vi furono internati soprattutto sloveni e croati (ma anche "zingari" ed ebrei), famiglie intere, vecchi, donne, bambini.
A Melada (Zara) in Dalmazia, il 29 giugno 1942 arrivò il primo trasporto, composto da 76 uomini, 103 donne e 44 bambini. In breve, le presenze nel campo salirono a 1.320 persone. In data 15 agosto 1942 erano rinchiusi nel campo 1.021 donne, 866 uomini e 450 bambini, di cui 10 nati nel campo. Molti dei prigionieri vennero via via trasferiti in Italia, alle Fraschette di Alatri in particolare. Il maggior numero di presenze si registrò, al netto dei trasferimenti, il 29 dicembre 1942 con 2.400 prigionieri. Il campo cessò la sua attività il 9 settembre 1943. Le stime dei ricercatori e degli storici valutano in circa 10.000 il totale dei prigionieri passati per Melada, con un numero di morti pari a 954. In questo totale non è possibile sapere se sono compresi i 300 fucilati quali ostaggi.
Altri campi furono organizzati a Mamula e Prevlaka, nel Cattaro, e a Zlarino (Zara).

E’ certo, tuttavia, che il campo più tristemente famoso fu quello di Arbe (Rab), nell’isola omonima, ove alla fine del giugno 1942, dopo aver evacuato forzosamente gli abitanti delle case della zona scelta per l’insediamento del campo, dopo aver allargato una strada, i soldati italiani diedero il via all’installazione di circa mille tende, ciascuna da sei posti.

A proposito ecco un documento del 15 dicembre 1942, in quella data l'Alto Commissariato per la Provincia di Lubiana, Emilio Grazioli, trasmise al Comando dell'XI Corpo d'Armata il rapporto di un medico in visita al campo di Arbe dove gli internati "presentavano nell'assoluta totalità i segni più gravi dell'inanizione da fame" ( la morte sopraggiungeva soprattutto per la fame), sotto quel rapporto il generale Gastone Gambara scrisse di proprio pugno: "Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d'ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo".
Robotti continuò a riportare il comando di Mussolini:
"Totale evacuazione quindi… Ignorate la sofferenza del popolo… Si capisce che la deportazione non esclude l’uccisione di tutti i colpevoli o dei sospettati di attività comunista…".
"Bisogna ricostruire a qualunque prezzo la supremazia italiana ed il suo prestigio, a costo dell’estinzione di tutti gli Sloveni e della distruzione della Slovenia…".
Per questo motivo non stupisce il comando del generale Robotti trascritto a mano dal capo di Stato Maggiore Annibale Gallo il 4 agosto 1942: "Si ammazza troppo poco!"

Troppo poco! Una dettagliata ricerca scientifica ha tuttora rilevato che le autorità italiane d’occupazione 41-43, attraverso l’esercito regolare, ( poi i massacri continuarono da parte nazista e dei reparti fascisti italiani e collaborazionisti sloveni) vi uccisero 1.569 Slovene e Sloveni. I nomi ed i cognomi degli ostaggi uccisi, dei condannati e dei paesani deportati sono archiviati nell’Istituto sloveno di storia contemporanea.
Si seguito solo in una zona ristretta nei pressi di Gorizia, controllata dall’esercito italiano e in cui i partigiani non erano ancora in grado di agire.
07/04/42 Moforte del Timavo e Succoria due civili fucilati 11 case bruciate 287 civili deportati.10/05/42 Succoria 3 civili uccisi.
04/05/42 zona Spodnia Bitnja 28 civili uccisi 117 case bruciate 462 civili internati
21/07/42 Podgrig 5 civili uccisi 6 case bruciate.
8/08/42 Ustie e Uhanje 8 civili torturati e uccisi, 36 civili arrestati 80 case bruciate.
4/12/42 Gradisce 3 civili uccisi e uno sfuggito alla morte.
24/02/43 Predmea 6 civili trucidati e una casa bruciata.
08/03/43 Erzelij tutta la popoazione deportata.
10/03/43 Kozjane paese bruciato.
31/03943 Gaberije, Planina,Sanabor, Bela, tutta la popolazione deportata.
16/05/43 Stijak 13 civili uccisi 31 case bruciate
23/06/43 Vojsko 4 civili uccisi. 20 arrestati 30 case bruciate.
Ecc.......
Va ricordato anche l’accorato appello del Vescovo di Gorizia alle autorità fasciste, in cui si chiedeva di fermare le violenze contro la popolazione civile ritenuta composta da " buoni cristiani".
Il 30 aprile ricorre il 66° l’anniversario della strage di Lipa-Croazia, in cui 269 civili furono trucidati da reparti nazisti e fascisti e bruciati, 85 erano bambini con meno di 12 anni.
Furono inoltre decine di migliaia i civili falciati dai plotoni di esecuzione italiani, dalla Slovenia alla "Provincia del Carnaro", dalla Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro e Montenegro e in Grecia, senza aver subito alcun processo, ma in seguito a semplici ordini di generali dell'esercito, di governatori o di federali e commissari fascisti.
Dino Ariis
Treppo Grande
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• 3/5/2010 - Commemorazione del 65° anniversario dell'eccidio di Avasinis
A 65 anni di distanza, il ricordo dell'eccidio di Avasinis e delle sue 51 vittime si è perpetuato attraverso la celebrazione di una Messa, la posa di due corone d'alloro al monumento e gli interventi del sindaco di Trasaghis Augusto Picco, del presidente dell'Associazione familiari delle vittime di guerra Adriana Geretto e di Giulio Magrini, a nome dell'Anpi provinciale.
Filo conduttore degli interventi è stato quello del "senso della memoria": conoscere quello che è successo per trarne ispirazione per un impegno quotidiano nel senso della pace. E' stata sottolineato anche l'importanza della partecipazione e delle scelte: da quella che spinse tante persone ad aderire alla Resistenza all'impegno corale per superare le difficoltà (la guerra, l'emigrazione, il terremoto.)

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• 26/4/2010 - Giorno dopo giorno, la fine della guerra a Trasaghis e nel Gemonese
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Sul blog "Doi di maj" è iniziata in questi giorni la proposta di una rilettura degli avvenimenti del 1945, alla fine della guerra, nella zona del Comune di Trasaghis, attraverso la ricostruzione, giorno per giorno, delle principali vicende occorse: dall'insurrezione partigiana, al bombardamento su Alesso, alla fuga ed alla cattura dei cosacchi, alla strage di Avasinis, alle vicende conseguenti, al complesso raggiungimento di una fase di libertà a guerra conclusa.
Il quadro, necessariamente sintetico, può offrire un contributo alla conoscenza di quelle vicende ormai lontane.
I promotori dell'iniziativa si augurano che la proposta susciti interesse e invitano pertanto a visitare le pagine web, fornire documentazione aggiuntiva o commenti all'indirizzo:
http://blog.libero.it/2diMaj/

Sul blog "Alesso e dintorni" è invece possibile leggere una memoria sull'episodio del bombardamento alleato su Alesso del 26 aprile 1945
http://cjalcor.blogspot.com/
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• 27/12/2009 - SOTTO LA TODT, DALLA VALLE DEL BUT AL GEMONESE
| Una nuova iniziativa del Centro di Documentazione sul Territorio del Comune di Trasaghis porta un contributo alle ricerche sulle vicende del Gemonese nel corso della seconda guerra mondiale allargando il campo di indagine alla Valle del But.
Il numero 62 (dicembre 2009) del periodico "Asou geats..", che esce a Timau, ospita infatti un articolo di Pieri Stefanutti, responsabile del Centro di Documentazione sul Territorio del Comune di Trasaghis, nel quale si richiamano quelle lontane vicende che hanno visti come protagonisti diversi operai della zona di Timau, Paluzza, Treppo e Paularo, chiamati a lavorare con la Todt nel Comune di Trasaghis e particolarmente ad Avasinis (diversi di essi aderirono alla Resistenza e furono comunque presenti in paese nelle ore dell'eccidio nazifascista del 2 maggio 1945).
Scopo dell'articolo è invitare, quando possibile, a raccogliere la testimonianza diretta di queste persone o, comunque, mettere a disposizione di quanti sono interessati notizie, testimonianze, immagini provenienti da quanti, da realtà così diverse, si sono trovate a vivere durante il 1944-45 nel Comune di Trasaghis.
Eventuali segnalazioni possono essere inviate al Centro di Documentazione, all'indirizzo centro_doc_alesso@libero.it . |
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• 26/7/2009 - I "LUOGHI DELLA MEMORIA" NEL GEMONESE
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Sul sito di NN-Media ( http://www.nn-media.eu/) è attualmente in corso di pubblicazione una interessante serie di interventi destinati a fornire dati e notizie sui "percorsi della memoria", vale a dire su monumenti, cippi, lapidi capaci di far ricordare episodi della lotta partigiana e, in generale, del periodo della seconda guerra mondiale.
Così, per Gemona, sono già presenti pagine sui cippi di Taboga, di via Marzars, di via Caduti della Libertà, etc. Può essere un motivo di riflessione ulteriore per andare all'origine dei fatti e dei lutti che stanno alla base di quanto tramandato dalla pietra.
Anche in questo caso, i curatori del sito lanciano un invito affinché vengano segnalati altri "luoghi della memoria"" o si offrano materiali per integrare la documentazione proposta.
Può essere un contributo meritevole di essere raccolto.

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• 3/1/2009 - Le problematiche del recupero delle postazioni Todt nel Gemonese riprese dal Gazzettino
Il Gazzettino del 3 gennaio ha dedicato uno specifico articolo al problema del recupero delle postazioni militari del Gemonese evidenziato dal Blog e dal recente articolo su Pense&Maravee. E’ un importante indice che l’argomento interessa e che sta suscitando attenzione.
Riproduciamo integralmente l'articolo apparso sul quotidiano.
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GEMONA . Sbarramenti tra i rovi |
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Manufatti militari da salvaguardare |
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Proposto un sito a Sant’Agnese |
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Il Gazzettino, Sabato 3 Gennaio 2009 |
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Gemona Recuperare e valorizzare gli "sbarramenti" risalenti alla seconda guerra mondiale nascosti nella vegetazione fra i sentieri che portano a Sant'Agnese? A chiederselo è il trimestrale Pense & Maravee, giunto in questi giorni nelle case dei gemonesi con il suo lunario 2009. La questione è sollevata da un articolo di Pieri Stefanutti, il quale si chiede se non sia il caso di recuperare quegli sbarramenti anticarro costruiti fra il 1944 e il 1945 dalla Todt con finalità di difesa militare. Proprio per stimolare il dibattito sul destino di quei luoghi, oggi lasciati fra cespugli e vegetazione, Pense & Maravee lancia il portale blog.ialweb.it/gemonese45 come strumento per raccogliere idee su una possibile valorizzazione di quei luoghi: "Sarebbe interessante - scrive il trimestrale realizzato dall'omonima associazione culturale - nascesse un concorso di idee per un percorso capace di indicare modalità di salvaguardia e proposte di recupero, come si sta attuando in tante parti d'Italia per manufatti similari". Oggi, quegli sbarramenti hanno lasciato resti di strutture piramidali disperse fra la fitta vegetazione lungo antichi sentieri che da Sant'Agnese corrono giù ai piedi del Cumieli portando a Stalis, in Borc dai Gois e fino ad Ospedaletto, oltre a collegarsi direttamente con Venzone attraverso i rivoli bianchi. Sentieri anch'essi a volte impraticabili perchè lasciati alla mercé della fitta vegetazione, anche se di fatto i percorsi per Sant'Agnese e per il Cumieli sono tutt'oggi praticati dagli stessi gemonesi e dai visitatori, che anche in questi giorni di ferie hanno scelto quei luoghi per una tranquilla passeggiata in mezzo alla natura. La prospettiva che in futuro la Stella Azzurra, con la collaborazione del Comune e di diverse realtà associative, nei prossimi anni realizzerà un centro sportivo ai piedi dell'area in questione fanno ben sperare nella possibilità di recuperare per lo meno una parte dell'area per finalità ricreative e sportive ma per il recupero dei numerosi resti riferiti alle guerre, per ora è stato possibile realizzare soltanto alcuni interventi di recupero sentieri sul monte Ercole sopra Ospedaletto. Il rischio frane e la sicurezza, tuttavia, non ha ancora permesso al Comune di autorizzare la sistemazione dei cartelloni realizzati dalle associazioni sportive che organizzano le gare ciclistiche attorno alla sella e che avevano appositamente ricevuto finanziamento regionale.
P.C.
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• 27/12/2008 - "Pense e Maravee" parla del blog e delle testimonianze della guerra nel Gemonese
Il periodico gemonese “Pense e maravee” di dicembre, attualmente in corso di distribuzione, pubblica anche un articolo di Pieri Stefanutti che affronta tematiche ben note a quanti frequentano questo blog: la presenza nel Gemonese di un ricco e vario materiale (costituito da gallerie, camminamenti, bunker, postazioni anticarro…) che risale al periodo della seconda guerra mondiale e in particolare ai lavori della Todt: di fronte al pressoché totale abbandono che caratterizza la situazione al giorno d’oggi, ci si interroga se e come queste strutture possano essere recuperate, vuoi per una mera funzione documentaria relativa alle modalità che hanno caratterizzato l’ingegneria bellica, vuoi per trarne motivi per iniziative culturali atte a trasformare questi spazi in luoghi di promozione di una cultura di pace.
Una volta di più, si può ribadire che…. il dibattito è aperto ai contributi di tutti.
Per chi vuol leggere dal web la rivista, l’indirizzo è il seguente: http://www.pensemaravee.it .

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• 25/12/2008 - Ricordando quel Natale del 1944 a Gemona
Nella notte di Natale del 1944 i partigiani del Btg Prealpi fecero una importante azione di sabotaggio alle Manifatture Morganti, che erano state utilizzate dai tedeschi per la produzione di attrezzature belliche. Ricordiamo quell’episodio attraverso la testimonianza di “Nino” (Ezio Bruno Londero) raccolta da G.F. Gubiani nel suo “Gemona Liberata” (Link 2004)
“Nell’approssimarsi del Natale 1944 –racconta «Nino»- Mc Pherson aveva ricevuto un messaggio da Milano che informava i partigiani sul fatto che i tedeschi avevano inviato un trasformatore a Gemona. L’importante macchinario sarebbe servito per produrre la forza motrice necessaria al funzionamento delle macchine utensili installate nel cotonificio Morganti necessario per realizzare parti di aeroplano.
Mc Pherson mi disse: «Considerato che sei di Gemona e che conosci bene l’ambiente, potresti scendere e far saltare il trasformatore ed i macchinari installati. Se non interveniamo noi –disse ancora il Maggiore- gli alleati manderanno dei bombardieri che sganceranno molte bombe portando disagi e morte anche tra i civili che abitano nel territorio circostante».
«Si può tentare!» dissi io.
E così partii da Navis (località della val Venzonassa), dove ci trovavamo, e rientrai a Gemona per organizzare l’azione di sabotaggio, in attesa dell’arrivo del trasformatore.
Nella fabbrica di Morganti avevano smontato tutti i macchinari utilizzati per la filatura del cotone e li avevano portati nelle cantine; al loro posto, i tedeschi avevano già fatto montare altri macchinari (torni, frese, troncatrici, ecc.) per la lavorazione del ferro. Alcuni giorni prima di Natale arrivò il trasformatore che venne montato in tempo per concedere agli operai di rimanere a casa per le feste natalizie.
Attorno alla fabbrica, in quei giorni, i guardiani notturni occupati nei diversi turni erano solo sei: due per turno. Uno di questi era Gino Bertossi «da Siore», cugino di «Nino» e fidato patriota.
Dopo aver concordato l’azione con Mc Pherson in una visita che feci qualche giorno prima nella baracca di Ledis dove viveva, ritornai a Gemona dove incontrai tre o quattro persone di Maniaglia che lavoravano per la Todt e dissi loro che la notte di Natale avremmo dovuto fare un’azione di sabotaggio nello stabilimento Morganti.
La vigilia di Natale c’era molta luminosità, in cielo risplendeva la luna che rischiarava quasi come fosse giorno.
Verso le ore 21 ci trovammo sul cancello della fabbrica. Scavalcai il muretto di cinta che proteggeva lo stabilimento e dopo aver aperto il cancelletto dall’interno, feci entrare gli altri partigiani che erano venuti con me.
Assieme a mio cugino «da Siore» c’era un altro custode di Ospedaletto, del quale non ci fidavamo molto, ed un chimico piemontese con la sua famiglia.
Attuammo allora una piccola commedia: prima di giungere al cotonificio avevamo attraversato un canale dove ci eravamo bagnati i pantaloni fino al ginocchio in modo da far credere che eravamo partigiani provenienti dalla Val del Lago. Eravamo così in fibrillazione che neanche sentimmo il freddo pungente che congelava i nostri piedi bagnati fradici. Appena mio cugino aprì la porta, fingemmo di forzarla mettendo un piede nell’uscio. Questa messinscena serviva per coprire il nostro guardiano nel caso che qualcun altro facesse la spia.
Dicemmo, inoltre, di provenire dalla zona della Val del Lago al fine di rafforzare il timore che i tedeschi avevano nei confronti dei partigiani di quella zona contro i quali avevano, da poco, fatto delle pesanti rappresaglie nella speranza di annientare tutte le formazioni.
Ai due custodi dicemmo poi che non avevano nulla da temere in quanto non avremmo fatto loro alcun male a patto ché non avessero tentato di dare l’allarme.
Mandammo poi un uomo sul tetto a tenere sotto controllo il territorio circostante e, assieme agli altri, andammo dentro lo stabilimento a posizionare le cariche sul trasformatore e sui mandrini dei torni e delle frese. Appena finita l’operazione dicemmo ai custodi ed alla famiglia del chimico che se volevano potevano scappare con noi, altrimenti potevano rimanere sul posto. Scelsero di rimanere ed allora li avvertimmo che se le mine che avevamo installato non fossero scoppiate li avremmo ritenuti responsabili e avremmo fatto delle rappresaglie. Le cariche che avevamo posto sui macchinari erano collegate con una miccia fulminante lunga decine di metri, che collegava tutte le cariche poste sui diversi macchinari. Le mine sarebbero esplose esattamente mezz’ora dopo.
Finito il lavoro partimmo velocemente. Appena giunti in Properzia ci accorgemmo di aver dimenticato un nostro uomo sul tetto. Ritornammo subito al cotonificio e, dopo aver fatto scendere la nostra guardia partimmo velocemente.
Appena arrivati nella zona tra Properzia e Godo, sentimmo due forti esplosioni: una era quella del trasformatore e la seconda quella degli altri macchinari. Guardammo verso lo stabilimento e vedemmo una grande nuvola di fumo grigio sollevarsi.
L’indomani «Radio Londra» informava del buon esito dell’operazione. Alcuni giorni dopo, anche «Radio Mosca» comunicava della riuscita del sabotaggio.”

"Nino" rievoca il sabotaggio al cotonificio |
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• 23/12/2008 - La memoria della Todt a Gemona – 5 – Testimonianza di Noè Polame
Mio zio, mio padre e mio fratello avevano lavorato con la ditta Ceschia per i tedeschi nella pista dell'aeroporto di Osoppo, quando i tedeschi avevano costruito una pista di 4 chilometri. Col treno arrivavano i carri armati, carri da 60 tonnellate, che venivano caricati a Osoppo su dei Gopta, aerei che avevano tre motori per ala e dodici ruote per lato; dopo il rullaggio, partivano sulla pista e venivano mandati giù a Cassino.
Eravamo una squadra, con la Tomaschitz-Cosano, lavoravamo 12 ore al giorno, prendevo 930 lire al mese. Partivamo da Venzone e andavamo a lavorare con la Todt a S. Agnese. Passavano i bombardieri... lanciavano dei manifestini, e i tedeschi mi mandavano a raccoglierli, per bruciarli (ma un paio ne ho conservati).
I partigiani facevano spesso sabotaggi e portavano via materiali.
Il tedesco mi ha poi mandato a Rivoli Bianchi: c'era una macchina per spianare. Io e un altro, con la civiera, andavamo a prendere le pietre per la massicciata. I tedeschi avevano gia pronti dei pezzi di binario, lunghi 4 metri, per sostituire i pezzi andati distrutti coi bombardamenti (gli aerei alleati venivano fuori dalla "buse di Bordan" per lanciare bombe sulla ferrovia; la prima volta uno dei nostri si é ferito per essere andato a sbattere sulle rocce, con lo spostamento d'aria..)..
Un giorno, eravamo nascosti nella galleria del Crist, dove andavamo a nasconderci durante i bombardamenti. Il bauleiter ci ha ordinato di andare a lavorare anche quando c'era il preallarme: noi ci siamo rifiutati e allora lui ha fatto intervenire un camion di soldati, armati tutti con la machinen pistolen, così, per una settimana, abbiamo dovuto obbedire. Un giorno la seconda puntata di bombardieri ha colpito un tedesco che era di guardia, facendogli portar via la testa. Ci siamo nascosti un buco, tolti la giacca di servizio e messa sulla testa... siamo stati mezzo sepolti dal pietrisco nello spostamento d'aria...
Calata finalmente la polvere, abbiamo visto che il capo stava facendo l'appello: é stato lui a farmi notare che ero ferito alla testa, che sanguinavo per una scheggia... Sono intervenuti dei mezzi di soccorso tedeschi: due donne mi hanno medicato e mi hanno dato del liquore forte per farmi passare il dolore. I tedeschi ci hanno dato ciascuno dieci centesimi e una pagnotta, permettendoci di andare a riposare per un po'.
Io, poi, - dopo settembre - ho chiesto trasferimento a Venzone. Mi hanno assegnato un altro lavoro.

Il ponte di Rivoli Bianchi bombardato |
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• 14/12/2008 - La memoria della Todt a Gemona – 4 – Testimonianza di Romeo Gubiani

Nel '44 sono arrivati quelli della Todt (una sorta di Genio militare) a fare i primi lavori sulla pista di aerei di Osoppo, per circa un Km. Io avrei dovuto rientrare sotto le armi (fino all'8 settembre ero a Tolmezzo, da dove sono scappato) e mi mandavano anche le cartoline precetto, ma lavorando con la Todt sapevo che avrei potuto essere esonerato dal servizio militare.
Finita la pista, siamo andati a fare fortificazioni sul Cumieli. Stavano infatti montando delle baracche; c'era un italiano a fare da interprete e lui mi ha fatto assumere. Era l'Impresa Dittus di Konstanz. Mi avevano mandato ancora cartoline-precetto, ma bastava che le presentassi in ufficio per annullarle.
C'erano operai da ogni parte del Friuli, anche persone rimaste tagliate fuori dal fronte. Dopo qualche tempo sono arrivati i cosacchi; uomini, donne, carrette. Nei primi tempi c'erano delle famiglie, anche Moldave, poi li hanno mandati oltre Tagliamento. Sono rimasti quindi solo militari, dell'esercito formato in Russia contro Stalin.
Le relazioni reciproche erano abbastanza buone. C'era qualche piccolo attentato qualche volta (per esempio una volta, sulla piazzetta, è stato fatto saltare un compressore) ma senza che arrecassero grossi danni. Il bauleiter Finzer alloggiava nelle elementari, col baufuherer Otto e altri ufficiali.
Non c'erano dissidi, coi tedeschi; andavano in giro per le case, conoscevano tutti... Avevano fatto allargare una galleria (dove tenevano in fresco la birra) come rifugio antiaereo. Tutte le gallerie delle fortificazioni venivano usate quando arrivavano i bombardamenti aerei...
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• 4/12/2008 - La memoria della Todt a Gemona – 3 – Testimonianza di Antonio Gubiani
Mio cognato sapeva adoperare la pala meccanica e lo avevano mandato a lavorare ai Rivoli Bianchi e poi a Dogna. Ritornato in paese, aveva lasciato la pala meccanica in piazza ma, durante la notte, i partigiani l'hanno fatta saltare. Al mattino dopo lui piangeva! D'altronde doveva pur andare a dormire ogni tanto, non poteva stare sempre a sorvegliarla!
Una volta il Bauleiter Finzer ha ordinato a me e a un altro di costruire un cabina nel borc dal Mulin: l'abbiamo fatta con pali ed assi, perché potessero metterci un trasformatore. Un giorno l'interprete ci ha detto di fermarci, perché il Bauleiter doveva parlare con noi.
E' arrivato, ha tirato fuori la pistola e ci ha chiesto:
- Cosa avere nella tasca?
Il mio socio ha tirato fuori una bottiglia di birra contenente dell'olio preso nel trasformatore: evidentemente un tedesco lo aveva visto e aveva avvisato Finzer.
Ci ha lasciati andare, avvisandoci però che se fosse successo di nuovo ci avrebbe spediti subito in Germania.
C'era una baracca da disfare: io, mio cugino e un altro non riuscivamo mai a finire il lavoro perché venivano continuamente gli aerei a bombardare.
Ci hanno dato l’ordine di smontarla di corsa; in cambio ci avrebbero offerto una pastasciutta. Lavorando di notte, senza interruzioni, in due ore abbiamo finito il lavoro. Non abbiamo voluto la pastasciutta, ci siamo accontentati di una birra.
Avevano messo in funzione una sega circolare e ogni settimana avevamo venti quintali di legna da tagliare per il gasogeno.
Mi hanno chiamato anche la mattina di capodanno, per andare a tagliare la legna!
Nella Todt c'era anche un francese: quando hanno fatto saltare il ponte di Braulins, si era messo a dirigere i lavori di riatto.
Antonio Gubiani (1921 – 2007)

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• 3/12/2008 - La memoria della Todt a Gemona – 2 – Testimonianza di Enzo Orlando
Io ho iniziato a lavorare nella Todt nel luglio del 44. Io e i miei fratelli avevamo acquistato un camion a gasogeno, a carbone di legno: facevamo diversi viaggi (anche fino a Cordovado, dai mulini Variola) per prendere farina e distribuirla alla popolazione.
Tutto il complesso dei lavori, in fondo, era poca cosa; occupare gente serviva solo a che non andassero coi partigiani.
Una sera, tornavamo da Avasinis, (si era verso l'ottobre del '44) io e Cesare, che era alla guida. Sul camion, nella cabina, c'erano due tedeschi e due ragazze, impiegate ad Avasinis. Dietro, sul cassone, c'eravamo io, l'elettricista Minisini e un altro di Ospedaletto. La strada era interrotta da un calesse cosacco, che urtò il camion. Il cavallo, ferito, venne ucciso da due cosacchi, subito comparsi, col parabellum. Il proprietario del calesse, un ufficiale cosacco, si fece indicare l'autista e, immediatamente, lo prese a schiaffi; poi fece disarmare i due tedeschi. Dopo un lungo parlottare, i cosacchi trattennero il camion e l'autista, rimandandoci a casa a piedi (e sparando anche qualche colpo in aria alle nostre spalle). Arrivai a casa trafelato; con mio fratello, su un altro camioncino, andai a Ospedaletto, dove i due tedeschi erano già arrivati e, inferociti, erano andati a rapporto da Finze. Egli ci affidò una scorta di tre soldati della Wehrmacht, con la quale passammo tutti i paesi di oltre Tagliamento, ma senza trovare traccia né del camion né dell'autista. Questi comparve qualche ora più tardi, raccontando di avere portato l'ufficiale cosacco e la moglie a Buia, dov'erano di stanza e dove gli avevano anche offerto la cena!
Il giorno successivo venimmo chiamati nell'ufficio di Finze, dove dovemmo raccontare tutti i particolari. L'autista descrisse il viaggio e il luogo dove il cosacco abitava.
Venimmo poi a sapere che due SS erano state mandate a Buia, avevano trovato l'ufficiale cosacco, gli avevano chiesto se effettivamente era stato lui a far disarmare due soldati tedeschi e, avutane la conferma, nonostante quello si giustificasse, attribuendo il fatto a un momento di collera conseguente alla perdita del cavallo, lo uccisero seduta stante a colpi di machine-pistole.

Vincenzo Orlando (1931 – 2007)
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• 2/12/2008 - La memoria della Todt – 1 – Testimonianza di Marcello Copetti
I responsabili della Todt di Gemona, il maggiore Finzer e il capitano Otto, curavano i lavori delle fortificazioni. C'erano diversi partigiani fra i dipendenti della Todt, ma comparivano solo al mattino a firmare il registro delle presenze e poi non si facevano più vedere.
In casa di mio nonno, in via Turisello, era una delle sedi dei tedeschi. Mio padre ci lavorava come macellaio; se serviva vino andavano da Orlando, se servivano sigarette mandavano subito a prenderle al tabacchino. Diversa gente veniva a chiedere della carne e venivano aiutati.
In Borgo Mulino c'era la cucina da campo; allevavano maiali fino agli 80-100 chili poi i capoccia delle SS si riunivano e li facevano macellare.

Marcello Copetti (1940 – 2008) |
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• 25/11/2008 - GEMONA: I VECCHI OPERAI DELLA TODT HAN QUALCOSA DA RACCONTARE...
Nella proposta di iniziative tese a ricostruire le vicende di Gemona e del Gemonese nel corso della seconda guerra mondiale, proponiamo un nuovo filone.
Partiamo da due appunti scritti da sacerdoti, sulla situazione di Gemona tra il 44 ed il ‘45. Il primo è dell'allora parroco di Ospedaletto, a fornire l’importante dato delle imprese operanti al servizio della Todt:
il paese di Ospedaletto s’era trasformato in un grande cantiere ove (oltre i comandi dell’O.T., Pionieri ed Enzian) sotto la direzione dell’Impresa Holzmann vi lavoravano altre nove imprese: Goi, Dittus, So-ho-me, Tomaschitz-Cosano, Brigo, Cassi e Lupieri, Perini, Morsello e Sturli.

Il secondo, è quello già citato di prè Pieri Londar, a descrivere l’imponente mole dei lavori predisposti dalla Todt:
"In Cjamparis, sul Cumieli, sul cuel di Dorondon a' vevin dut ben finît: busis, postazions, trinceis, fossalons, galariis, magasens, dut in ordin. Il Cumieli al era tant sbusât ch'al sameave un colepaste. Sante Gnês 'e jere difindude ancje di dôs filis di piramidis..." (I Cosacs in Friul, p. 45).
Ora, dei “reperti fisici” (bunker, gallerie, trincee…) si è già parlato, auspicando la possibilità di attuare iniziative per il loro recupero. Ma altrettanto importante (e probabilmente più urgente) è dare spazio alla raccolta delle memorie, dei ricordi di quanti nella Todt hanno lavorato: cos’hanno fatto e dove, quale era il rapporto con i tedeschi e con i partigiani…

Qualcosa è stato fatto, ma tanto bisognerebbe fare (e presto, perché i protagonisti sono sempre di meno).
Una volta di più, si ribadisce che le pagine di questo blog ospiteranno volentieri testimonianze di questo tipo. Il materiale (registrazioni, fotografie, documenti acquisiti con lo scanner, trascrizione di interviste…) possono essere inviate all’indirizzo di posta elettronica sierais@libero.it per essere poi pubblicate sul sito. |
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• 30/10/2008 - 1944-45, Ospedaletto a luci rosse?
Su un Bollettino Parrocchiale di Ospedaletto del 2005 è riportato questo interessante trafiletto:
Leggendo “Lo sterminio mancato” (edizione Mursia), con grande
stupore ho scoperto un pezzo di storia che ci riguarda da vicino. Dove
oggi sorge la nostra sede, come ben sappiamo, c’era prima la scuola Ele-
mentare di Ospedaletto, ma in periodo di guerra era il quartiere generale
della TODT, posto geograficamente sulla linea ferroviaria e sull’arteria
stradale Udine – Tarvisio - Villach.
L’abitato era uno dei centri delle organizzazioni tedesche ed avevano
reclutato varie persone locali per la costruzione di fortificazioni e sbarra-
menti nelle nostre zone, i tecnici erano tutti militarizzati: indossavano
l’uniforme e portavano al braccio una fascia con l’indicazione della
propria organizzazione.

Nel meandro dei rapporti venutisi a instaurare per l’imposizione tedesca,
che in certo modo alleviavano anche le miserie ambientali, si erano creati
evidenti rapporti umani. Ogni soldato, ma soprattutto ogni ufficiale, aveva conosciuto un’Italiana cui faceva omaggio, a dispetto delle miserie causate dalla guerra, di un paio di
calze di seta oppure di qualche bottiglia di cognac o champagne, allora
introvabili, ma che i Tedeschi trovavano sempre. Un po’ dappertutto i
Tedeschi avevano introdotto, alla chetichella, il costume di festini privati.
Alcuni di questi luoghi, in particolare i centri cittadini per lo più, erano
diventati posti di ritrovo e di danze.
Tra questi c’era la scuola di Ospedaletto dove ora c’è la nostra sede.
Verso la fine dell’inverno 1944-1945 un terribile funzionario della Gesta-
po, un certo Zellot, esterno al litorale, fece chiudere definitivamente questi
luoghi.
A dire il vero, le pagine del libro a cui il trafiletto fa riferimento sono assai più dettagliate a descrivere un singolare “luogo di piacere” che sarebbe stato creato nella frazione gemonese dai nazisti.
Al di là della ricerca di sensazioni pruriginose, anche questo potrebbe essere un argomento meritevole di essere approfondito.

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• 22/10/2008 - Una testimonianza sull’estate partigiana gemonese
Poco nota è forse la testimonianza di Italo Zaina che, nell’estate del 1944, era partigiano col Btg Prealpi sulle montagne gemonesi. Il suo racconto di quei fatti consente di chiarire alcuni dettagli su episodi citati in diversi libri (come le memorie di “Rosa” e di “Nino” e la ricerca di G.F. Gubiani). Molto dettagliato, in particolare, è il racconto delle circostanze in cui morì il partigiano “Tito”.

Zaina racconta:
L'8 settembre 1944, quasi tutto il Btg.Prealpi, al comando di Bruno, aggira il
Chiampon attraverso un sentiero stretto, di cui un tratto lungo uno strapiombo
sopra Gemona, alle cinque del mattino per tendere un'imboscata alla compagnia
repubblichina, che sappiamo in ricognizione alla "Sella del Cristo" tra il
Quarnan e il Chiampon. In fila indiana stiamo scendendo verso la Sella con in
testa un ragazzone di Vedronza alto quasi due metri (Era un garibaldino, che di
ritorno da una licenza rientrava al suo battaglione, comandato da Furore sulla
Destra Tagliamento, e avendo pernottato al Prealpi, aveva voluto partecipare
all'azione). Io lo seguivo da vicino con in spalla il castello della mitragliatrice
e ricoperto dal mio telo tenda (piovigginava e procedevamo avvolti da banchi
di nebbia). Improvvisamente risuonò una scarica di mitra. Il ragazzo di Vedronza,
colpito in fronte, cade davanti a me; mi getto subito a terra sparando a
casaccio col mitra; sparano anche tutti i miei compagni. Quando li raggiungo,
strisciando, mi accorgo che il mio telo è foracchiato: due proiettili mi hanno
strisciato un polpaccio e l'avambraccio destro. I miei sono convinti che sono
stato ferito, perché vedono sangue uscire dalla mia bocca; li rassicuro spiegando
che, gettandomi a terra ho battuto col mento, rimasto pure escoriato sopra
una pietra, ma per il resto sono indenne. I repubblichini si sono ritirati, sempre
sparando contro di noi che restiamo illesi. Ritorniamo verso il caduto e lo troviamo
privo del mitra, degli scarponi e la testa crivellata; gli sfilo il fazzoletto
rosso (lo conservo ancora) e avvolgiamo la salma nel mio telo-tenda. Ritornati
alla nostra baita avvertiamo la base di Gemona. Verranno le ragazze della filanda
a recuperare il corpo e quando queste giungono in città, vengono fermate
dai fascisti che gettano il caduto in un letamaio: verrà recuperato dopo la liberazione
ed onorato con un solenne funerale.
L'indomani Bruno, per dimostrare che gli uomini del Prealpi non erano stati
intimiditi, ordina un'azione sulla Pontebbana. In quattro uomini, io, Ernesto,
Tarcisio di Gemona e Avon di Venzone, esperto della zona, con una mitragliatrice,
tre canne di ricambio, trenta bombe "sipe" e scorte viveri per un giorno
(polenta, acqua e formaggio) partiamo da Ledis alle 16 del 9 settembre. A
mezzanotte in punto passiamo la vetta del Plauris e dopo una rapida salita in
rettilineo ci riposiamo al riparo del vento gelido per una mezz'ora. Riprendiamo
il cammino in discesa e, verso le cinque, sostiamo presso una baita dove
troviamo ricotta salata che accresce la nostra sete. Alle 15 del 10 settembre
giungiamo sulla Pontebbana quasi di fronte a Moggio, in località Rio Barbaro.
La roccia scende perpendicolare sulla ferrovia, dove bivaccano un gruppo di
tedeschi a torso nudo che vediamo portare i loro cavalli ad abbeverarsi nel torrente
Fella che scorre a fianco della strada.
Rifocillati e riposati mettiamo in opera il nostro piano d'azione: sopra due
grossi tronchi che troviamo nel bosco fitto, innalziamo una muraglia di grosse
pietre sull'orlo del precipizio, lunga due metri e alta uno e attendiamo finché
col binocolo vediamo giungere da Chiusaforte treno militare tedesco; quando
questo, giunge a pochi metri, scaraventiamo sui binari la muraglia di pietre insieme
a grappoli di bombe "sipe" e con la Breda cerchiamo di colpire il carro
officina posto tra la strada e la ferrovia. Immediatamente entrano in funzione,
dal basso, i mortai che colpiscono la zona in cui ci troviamo. Ci ritiriamo tra
gli scoppi delle granate che ci inseguono per ore. A mezzanotte siamo di nuovo
sulla vetta del P1auris. Qui, sfiniti, ci lasciamo scivolare sul pendio ripido
per alcune centinaia di metri, dopo che ci concediamo una breve sosta. Avon
decide di lasciarci per andare a salutare la famiglia a Venzone e noi tre proseguiamo,
giungendo in Ledis nel pomeriggio e prima del riposo stendo una breve
relazione per Bruno.
Prometto qui che io ed Ernesto ci eravamo assuefatti alle marce in Ledis: per
rifornirci di farina di frumento e granoturco, gli uomini del Btg. con l'ausilio di
un mulo ed una marcia di quattro o cinque ore, raggiungevamo i Musi, dove si
trovavano nel bunker le nostre scorte viveri e ritornavamo con un carico di 40
Kg ciascuno, dopo che avevamo diritto ad un giorno di riposo. Nei giorni
normali, il compito più duro era il servizio di sentinella notturno, poiché tutta
la zona era sorvegliata da gruppi che si davano il cambio ogni tre ore e il punto
più lontano era quello disposto verso i Rivoli Bianchi, tra Gemona e Venzone,
dove di giorno disturbavamo con la mitragliatrice i lavori di ripristino della
ferrovia, bombardata ogni giorno dagli aerei alleati. Mettevamo fuori uso il
compressore e prima dell'azione avvertivamo gli operai affinché si mettessero
in salvo dopo la prima bordata innocua. Nelle ore di ozio si istruivano i giovani
all'uso delle armi e degli esplosivi. In Ledis strinsi una fraterna amicizia col
gemonese Celetto: era laureato in filosofia e morirà, stroncate entrambe le
gambe da una bomba, nel grande rastrellamento di fine settembre. (…)
(dal sito www.bassafriulana.org )

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• 26/9/2008 - Un sito interessante anche per il Gemonese: "Biografia di una bomba"
Si segnala il sito "Biografia di una bomba" (www.biografiadiunabomba.it), curato da Giovanni Lafirenze con la collaborazione di qualificati esperti e ricercatori. PArticolarmente curata la ricostruzione storica delle vicende legate ai bombardamenti, sia sotto l'aspetto militare sia per quanto riguarda i riflessi per la popolazione civile. Numerosi i riferimenti alle azioni compiute nella seconda guerra mondiale sull'Alto Friuli.
Molto importante altresì il lavoro di documentazione relativo agli "strascichi" dei bombardamenti nell'attualità contemporanea, con una puntuale segnalazione dei ritrovamenti di ordigni inesplosi, delle operazioni di recupero e disinnesco, delle problematiche connesse.

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• 20/9/2008 - RIGUARDA ANCHE IL GEMONESE IL DIBATTITO SULLA "MEMORIA CONDIVISA"
Una lettera a firma di Dino Ariis uscita sul Messaggero Veneto del 19 settembre riapre la discussione, citando esempi tratti da episodi della guerra in Friuli e nello stesso Gemonese, su che senso abbia parlare di "Memoria condivisa" per quelle vicende e, soprattutto, a come vennero allora a porsi gli schieramenti, di fronte al dover fare una scelta precisa.
Riproponiamo allora il testo della lettera, invitando a contribuire ulteriormente alla discussione per quanto riguarda il pur ristretto angolo di visuale del Gemonese.

Questi erano i repubblichini
(Messaggero Veneto — 19 settembre 2008 pagina 21 sezione: UDINE )
Memoria condivisa? dopo l’8 settembre ’44, quando il Friuli Venezia Giulia è stato annesso al III Reich, sono state perpetrate alcune stragi di civili a opera degli occupanti nazisti. Nella zona dell’alto Bût, tra il 19 luglio e il 21 luglio, bande di Waffen SS provenienti dalla zona del Gail (Austria a ridosso del confine) hanno trucidato nelle malghe della zona di Paularo, nella malga di Pramosio e poi a Paluzza una settantina di civili, tra cui molti bambini. Queste bande, costituite anche da italiani, erano guidate attraverso i passi montani da fascisti della repubblica sociale della zona. A due giovani fratelli di Piedim che si trovavano nelle malghe e considerati in età da potersi arruolare con i repubblichini, dopo essere stati uccisi, è stato loro appeso addosso un cartello con su scritto “così muoiono i traditori”, scritto ovviamente in italiano. Il 22 luglio durante la mattanza di Paluzza erano presenti reparti di repubblichini di Tolmezzo. Il capo di questi repubblichini sarà condannato nel dopoguerra a una pena molto mite e poi potrà godere delle varie amnistie succedutesi. A Torlano di Nimis, dove furono trucidati 33 civili (tra cui 13 bambini di età compresa tra i 5 e i 15 anni) e poi i loro corpi furono bruciati, erano presenti anche alcuni repubblichini che guidavano i nazisti in questa operazione, uno di questi durante la strage passava i caricatori al boia e ha anche collaborato ad appiccare l’incendio alla stalla dove sono stati bruciati i corpi. Tre i superstiti della strage, due ancora vivi, hanno raccontato i particolari (raccolti in una videotestimonianza). I repubblichini riconosciuti furono successivamente processati, ma a seguito delle varie amnistie del dopoguerra, hanno scontato pochi anni di prigione. Anche nella strage di Avasinis, in cui furono trucidati 51 civili a guerra finita, perse la vita anche una decina di bambini in tenera età (la più piccola non aveva nemmeno compiuto un anno, uccisa con un colpo alla testa in braccio alla madre). Anche in questa strage di civili vi era la presenza di repubblichini. Un sopravvissuto, che all’epoca aveva 16 anni, racconta che il suo carnefice, prima di scaricargli il caricatore della pistola automatica, ha gridato in friulano: «Tu tu ses un bandit e baste». I suoi nove parenti sono stati tutti uccisi da questo “friulano”. Successivamente alla strage, alcuni responsabili dispersi nella zona e catturati furono portati in piazza per un processo sommario. Uno di questi disse: «Io non ho fatto niente, ho ucciso solo un vecchio con la carriola». Questo era un repubblichino. Nel dopoguerra nessun responsabile è mai stato individuato. I morti trucidati in queste stragi, prima di essere uccisi, non hanno gridato né viva il duce né viva i partigiani, penso che ricordarli sia motivo di rispetto per tutti coloro che hanno perso la vita innocenti a causa di una guerra e di un clima di terrore e di odio del quale gli unici responsabili professavano l’ideologia nazifascista.
Dino Ariis - Treppo Grande |
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• 11/9/2008 - Una nuova recensione di "Ali sull'Alto Friuli"
Il Gazzettino dell'11 settembre ha dedicato una recensione al libro di Michele D'Aronco "Ali sull'Alto Friuli", già citato su questo blog.
Si riporta il testo dell'articolo, a firma U.S.
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E dal cielo piovevano bombe sull'Alto Friuli |
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Michele D’Aronco ha ricostruito le missioni di bombardamento alleate nella seconda guerra mondiale |
Un nome e un volto dietro alle bombe che sono state sganciate sull'Alto Friuli. Una ricostruzione dettagliata, quasi maniacale, di rotte, rapporti di servizio, resoconti di missione. Il tutto a ricostruire una storia mai scritta con questa precisione e meticolosità, ma sentita in molti racconti delle persone anziane. Quelle che hanno vissuto, spesso da bersagli e vittime, le guerre moderne in Friuli. E' questo il contenuto del libro che Aviani & Aviani editore ha pubblicato con il titolo "Ali sull'alto Friuli - bombardamenti aerei alleati", scritto da Michele D'Aronco. Scritto è un po' riduttivo, l'autore, laureato in ingegneria meccanica, diplomato perito aeronautico al mitico "Malignani" di Udine, un brevetto di volo a suggellare una passione sterminata per tutto quello che è aeronautica, ha scavato negli archivi di mezzo mondo per ricostruire, quasi minuto per minuto, le missioni di bombardamento delle aviazioni alleate all'aeroporto di Osoppo, ai ponti sul Tagliamento, al forte di Osoppo, al deposito di munizioni di Spilimbergo,, alla stazione ferroviaria di Gemona, alla linea ferroviaria Pontebbana e alle operazioni contro i Cosacchi a Alesso. Così, per ogni missione, viene rivelata la composizione della squadriglia e i numi dei vari equipaggi, oltre al bilancio esatto degli effetti dell'azione.
Ma il libro non è solo il resoconto di bombardamenti che sono entrati nella memoria collettiva dei friulani, D'Aronco ricostruisce le vicende che riguardano l'arma azzurra nell'alto Friuli dalla prima guerra mondiale, con dalla prima costituzione della quarta squadriglia di ricognizione e combattimento sui biplani Farman MF11 il 18 gennaio 1916, la storia e le vicende dell'aeroporto di Osoppo (con la successione di Regia Areonautica, Luftwaffe e Aviaziona Nazionale Repubblicana) fino all'atterraggio del Mig 15 del maggiore Joszef Biro, dell'aviazione ungherese, che aveva disertato durante un esercitazione del Patto di Varsavia. Tra questi due argomenti da segnalare anche il resoconto puntuale delle perdite "missing in action" subite dall'aviazione alleata. Ricca la parte dedicata alle illustrazioni, con fotografie inedite.
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• 26/8/2008 - LIBRI SULLA GUERRA NEL GEMONESE /9/ “Pagine di vita vissuta”
Andrea Mattiussi, “Pagine di vita vissuta. Diario della vita partigiana del patriota «Rosa»”, edizione f.c. a cura di Donatella Mattiussi, pp 48

Donatella Mattiussi ha dato alle stampe un libricino col diario della vita partigiana del padre Andrea (+ 1990). Il diario racconta un’esperienza personale, ma anche consente di fare il quadro di tanti fatti delle vicende gemonesi; può essere ora letto, in parallelo, con il diario di Ezio Bruno Londero, con cui si integra efficacemente.
Dall’introduzione del prof. Dino Barattin, le caratteristiche dell’opera:
Le Pagine di vita vissuta di Andrea Antonio Mattiussi sono il diario di un giovane partigiano, appartenente alle formazioni dell'Osoppo, in cui sono riportati i fatti più salienti, le impressioni personali maturate tra l'estate del '44 e la primavera del '45 durante i mesi della guerra di liberazione.
"Rosa", questo il nome di battaglia di Mattiussi, sicuramente non avrebbe immaginato che quelle sue frammentarie annotazioni potessero un giorno diventare un libro, ma se furono redatte è perché il giovane patriota, allora diciannovenne, era consapevole di vivere un momento drammatico e allo stesso tempo esaltante della propria vita e di quello dell'intero paese.
Pur nella loro essenzialità e semplicità ci possono dire molte cose su quel difficile periodo: la loro autenticità sta nell'essere state scritte a caldo, contemporaneamente allo svolgersi dei fatti, e non una rielaborazione fatta a posteriori.
Il testo qui pubblicato oltre ad avere per i familiari un valore affettivo, può essere letto quindi come un documento storico di un certo interesse per comprendere lo spirito e gli ideali che spinsero molti giovani cattolici friulani ad aderire al movimento resistenziale: « II destino chiama me ed altri giovani di Azione Cattolica - scrive Mattiussi il 6 agosto 1 944 - a dimostrare che non siamo estranei ai problemi che stanno affliggendo il nostro paese, ma che saremo dei buoni combattenti». Le Pagine, come si è detto, sono caratterizzate dalla semplicità e dalla immediatezza, ma proprio perché descrivono i momenti della vita quotidiana raccontano una Resistenza priva di retorica, in cui i sacrifici, le paure, le difficoltà nell'approvvigionamento alimentare, gli estenuanti turni di guardia, le azioni fanno parte di una grande vicenda collettiva che gli storici, privilegiando gli aspetti politici e militari, non hanno ancora compiutamente analizzato.
II valore documentario dello scritto acquista maggiore consistenza nel confronto con altre memorie dell'epoca, offrendo l'opportunità di conoscere, per quanti non hanno vissuto quegli avvenimenti, la storia di una generazione che ha sofferto più di tutte l'esperienza bellica, ma che è stata protagonista del riscatto nazionale e della ricostruzione fisica e morale dell'Italia intera. Gli elementi portanti su cui si è fondata la partecipazione di molti giovani cattolici alla lotta al nazi-fascismo sono il senso del dovere verso la Patria e l'attaccamento ai valori della Chiesa e, nelle annotazioni diaristiche di Mattiussi, tali valori sono costantemente richiamati. L'attaccamento di Mattiussi all'Azione Cattolica è significativo di come il fascismo non fosse riuscito a conquistare completamente le generazioni cresciute ed educate sotto l'egida del totalitarismo: un attento studio sulle convinzioni morali degli uomini della Resistenza non può prescindere da documenti come questo.
La prima parte del diario riguarda le modalità dell'arruolamento nelle file delle formazioni cattoliche, in cui svolsero un ruolo determinante alcuni sacerdoti operanti nel gemonese, le prime azioni di sabotaggio, gli scontri con il nemico durante i rastrellamenti e si conclude con l'avvicinarsi dell'inverno del '44. La seconda descrive alcuni episodi del febbraio del '45, a cui seguono i drammatici ultimi mesi d'occupazione tedesca e cosacco conclusasi il 28 aprile con la liberazione di Gemono per opera dei partigiani e con l'arrivo il 2 maggio degli alleati. I primi giorni del dopoguerra sono quelli dell'euforia ma anche della presa di coscienza delle enormi distruzioni che il conflitto aveva causato.
E' una lettura che non si esaurisce in se stessa, ma può stimolare i giovani allo studio e all'approfondimento di quegli avvenimenti che stanno ancora alla base della nostra democrazia”.
Il libretto è arricchito anche dalla presenza, in appendice, del Diario Storico del Btg. Prealpi, dello Statuto e dell’elenco delle principali azioni eseguite dalla formazione partigiana. |
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