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i numi c'insegnan la modestia
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IL MACIGNO DEL DEBITO PUBBLICO
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Così parlò l’oracolo di
Bankitalia
di Carmelo R. Viola
Siamo davvero alla versione fondamentalista del capitalismo. La peggiore.
I grandi uomini d’affari fanno la voce grossa: niente più politica nelle loro
faccende. E politica sta per Stato.
E, infatti, oggi meno che mai è il Consiglio dei Ministri – il Governo! –
a tracciare le linee di comportamento dell’economia (benché si tratti di
predonomia), ma addirittura la corporazione degli sfruttatori del lavoro (giorni
fa abbiamo sentito Montezemolo) e quella, molto più temibile dei banchieri, in
Italia capeggiata da Bankitalia (ovvero da una società per azioni di
padreterni), il cui ras, alias “governatore”, ha appena parlato alla stregua di
un oracolo. Il quale è una specie di totem-saggezza istituzionalizzato, che
legge la realtà e ne intuisce le soluzioni per migliorare la situazione
d’insieme.
Peccato – mi permetto di dire tra gente allibita – che le sentenze,
sibilline od oracolari in questione, siano un’accozzaglia di idiozie maturate
sulla taciuta menzogna di base che la situazione in causa non è il bene della
gente – anzi, del singolo individuo (se è vero che tutti i cittadini sono, in
teoria, uguali davanti al diritto!)
ma quel sistema, gestito e fruito dagli affaristi (industriali e banchieri), il
cui unico scopo è – o no? – quello di arricchirsi senza misura sottraendo
ricchezza alla collettività (ovvero di realizzare la ben nota, almeno da Marx in
qua, “accumulazione di capitale”). Per inciso: sottrarre può essere sinonimo di
rubare.
Che ha sentenziato, in sostanza,
il boss della suddetta SpA, il più grande istituto di usura (qualcuno
aggiunge “e di ladrocinio”) della “patria del diritto”? Intanto – l’edulcorante
del purgante amaro – che l’economia migliora, più precisamente, è in ripresa e
che è ora di passare alle riforme. Vedremo poi quali…Le lagrime più calde – e
più agghiaccianti (!) - gli sono sgorgate quando ha dovuto richiamare i
distratti italiani alla piaga, purulenta, cronica e inguaribile, del debito
pubblico che – ripeto a memoria – pesa su ognuno di noi come un
macigno!
Una seconda barzelletta (perdonatemi l’impudenza), ricetta seria e
seriosa come le battute che solo i grandi macchiettisti sanno recitare , è la
raccomandazione di ridurre le tasse e le spese pubbliche per dare slancio ai
consumi! Il lettore intelligente cerchi di evitare di ridere sbruffando per non
sporcare della carta stampata che vale più di certe omelie laiche. Occorre poi
che ci sia più competitività fra imprese sia private che pubbliche (ma di queste
ce ne sono ancora?). Che si insista sulla liberalizzazione dei mercati dei
servizi (e, ovviamente, del lavoro considerato una merce-servizio). Ma la vera
grande riforma è quella che riguarda la previdenza, una volta impegnata a
rendere dignitosa la vecchiaia con una pensione retributiva, oggi solo
ridotta alla percezione dei
contributi già versati. Il rais bancario consiglia di alzare via via l’età
pensionabile e d’ingrossare il compenso postlavoro con una polizza integrativa
(ovvero aumentando il potere bancario!).
Ma perché questa ricetta a lungo termine abbia efficacia è perentorio che
tra banche e politica non ci siano commistioni di sorta, in parole povere e
crude, che i padroni dei mezzi di produzione e della ricchezza facciano il loro
mestiere di “liberi predatori” senza alcuna interferenza da parte del potere
politico ridotto a puro arbitraggio burocratico.
Premesso che la litanie delle idiozie è quasi sempre la stessa, anche
l’analisi rischia di diventare monotona. Ma non è colpa nostra. Cominciamo dalla
barzelletta, cretina e cretinizzante, del debito pubblico, vera palla di piombo
al piede di uno Stato-oggetto, non più soggetto. Se queste considerazioni se le
facessero tutti i politici e i sindacalisti – specie se sedicenti “di sinistra”
– si avrebbe già una risposta equa e ragionevole, una base su cui poggiare
l’analisi stessa. Per intenderci è indispensabile interpretare-tradurre parole e
locuzioni di un paradiscorso manicomiale. Il “pubblico” è, nel nostro caso,
l’impresa finanziaria privata verso cui lo Stato-servo si rende debitore come un
qualsiasi poveraccio che deve superare un’impellenza. Pubblico non è il bambino che ha fame o
l’adulto che non ha lavoro o il padre di famiglia che non sa come sfamare i
propri cari e meno che mai il paziente che si trova in grave difficoltà per
sostenere le crescenti spese sanitarie. Anzi, tutti i cittadini – dai ricchi
epuloni ai barboni sono parimenti debitori: è uno dei pochissimi casi in cui il
popolo è lo Stato (ma solo perché soggetto passivo!). Donde l’altrettanto ridicola macchina del
fisco per recuperare via via quanto si deve alla piovra bancaria (interessi
compresi). Debito pubblico vuol dire dunque “servaggio bancario”: pressione
fiscale con ridicola rincorsa degli evasori!
In queste condizioni il popolo dovrebbe consumare di più (non importa
che) e questo per consentire agli sfruttatori del lavoro di produrre più merce
ovvero più Pil (che sta anche per “prodotti inutili liberalizzati”)! Un giro
vizioso – produzione-consumo-produzione – teso solo a far girare i conti di
affaristi e banchieri. Ci troviamo davanti alla situazione – tutta da riderci
sopra – di chi, per ingordigia, si abbuffa per un giorno intero non avendo poi
cosa mangiare per una settimana. Eppure ci sono sfruttatori di lavoratori che
corrono il rischio di ricevere
l’onorificenza di “cavalieri del lavoro (leggi “dello sfruttamento del lavoro”).
Alzare l’età del pensionamento vuol dire aumentare la disoccupazione e
proporre l’integrazione (bancaria!) della pensione vuol dire farsi beffa dei
precari e di quanti, costretti ad adeguarsi alle ultime esigenze delle imprese
affaristiche, non hanno un “posto fisso” – con questo intendendo solo un lavoro
e un potere di acquisto stabili e sicuri. L’esortazione alla concorrenza è
l‘antropozoico “richiamo della foresta”, che la tecnologia stessa rende solo
apparente. Infatti, l’effetto della concorrenza è il rafforzamento dei più forti
che tendono a coalizzarsi e a formare un monopolio di fatto (vedi la
liberalizzazione del servizio postale!), mentre i più deboli tendono a
scomparire, non potendoci essere condizioni di parità di gara (concorrenziale)
fra soggetti con potere finanziario molto
differenziato.
E’ fin troppo chiaro che il miglioramento, di cui parlano i vari vati,
più o meno “governatoriali” (dai Montezemolo ai Draghi) – cui fa da cassa di
risonanza l’indefinibile “primo cittadino” – si riferisce esclusivamente al
“quadro di parametri” del sistema, tra cui quello della maggiore governabilità
demagogica di un popolo sempre più disinformato (circa la vera natura del
“capitalismo da foresta”), sempre più distratto, sempre meno popolo. Un’ultima
annotazione potrebbe essere questa: che mai come in rapporto al fondamentalismo
predonomico la matematica non vale più di una vaga
opinione!
Carmelo
R. Viola – csbs@tiscali.it
Centro
Studi Biologia Sociale
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Posted: 01:39, 5/6/2007 in Carmelo Rosario Viola |
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A proposito di poveri “vu’cumprà”
LE
PRODEZZE “PRETORIANE”
DI UNO
STATO (SEDICENTE) DI DIRITTO
di Carmelo R. Viola
Un poverocristo di “vu’ cumprà” – uno dei tanti straccioni
extracomunitari, di quelli che sono costretti a fare la qualunque per non morire
e, se possibile, mandare qualche soldo ai figli lontani– espone le proprie
“mercanzie” su una coperta in una pubblica piazza di una grande città del nostro
bel Paese. Degli agenti, cosiddetti dell’ordine, lo vedono, lasciano che il
poveretto “apra la sua bottega”, non fanno niente per impedirglielo. Nel
contempo osservano una donna che si avvicina alla merce esposta, sceglie,
contratta e acquista: i pretoriani non fanno niente per impedirglielo. Si
limitano a fotografare la banalissima scena nient’affatto straordinaria con un
cellulare e subito dopo, con l’aria di chi personifica il servo che assicura dei
ladri al padrone, intervengono e, impugnando carta e stilo, vergano solennemente
un verbale di contravvenzione. Il mercante malcapitato scoperto si allontana in
men che non si dica mentre l’acquirente, colta con le mani nel sacco, viene
multata per acquisto di prodotti
contraffatti.
Traduciamo: la donna non ha effettuato alcun incauto acquisto;
consapevole del valore commerciale dell’oggetto, pubblicamente esposto a fine di
vendita, ha trovato conveniente l’offerta e, probabilmente nient’affatto
benestante, l’ha acquistato. Questo gesto, naturalmente legittimo, le costa una
penale pecuniaria salata.
La TV ne ha dato notizia questo 3 aprile come di un successo eccellente
della difesa della legalità grazie all’uso provvidenziale quanto subdolo di
quell’aggeggio diabolico del telefonino supersofisticato multiuso che consente
di riprendere in occulto dei rapporti di mercato della fattispecie e di punirli
con provvedimenti così esemplari da poterli definire deterrenti contro la
delinquenza!
La questione – che mi ricorda la vergogna di un bambino multato perché
trovato con un panino imbottito appena comprato senza scontrino fiscale! - non è
per niente semplice e, soprattutto giuridicamente, fa acqua da tutte le parti.
Sappiamo che da qualche tempo nei grandi negozi, controllati con un sistema
televisivo a circuito chiuso, il fatto è portato a conoscenza della clientela
per evitare incresciosi e mortificanti incidenti. Indipendentemente dalla
valenza morale del sistema, si tratta purtuttavia di un rapporto di lealtà
civile. Figuriamoci se un accorgimento similare non sarebbe doveroso in un
miserabile mercato di poveri! Invece no, la cliente è ignara del rischio che
corre nel comprare merce che probabilmente ritiene non rubata, trovandola alla
luce del sole, e semmai lo fosse stata, prima di appiopparle un pizzo di
esclusiva natura fiscale, si sarebbe dovuto dimostrare il dolo contro la buona
fede. Oh! si facesse finta di non sapere quanta merce certamente rubata si trova
esposta alla luce del sole in rinomati mercati di grossi centri urbani! Ma qui
c’è la paura che incute chi non teme il carcere o, peggio, la criminalità
organizzata e, i pretoriani, ben guardinghi, fingono di non vedere trasgressori
sistematici del codice della strada perché noti o supposti boss o figli di boss.
Nel caso in questione, la paura è assente, le vittime sono dei deboli e
l’intervento repressivo è facile, diventa quasi eroico ed ha gli onori della
cronaca. E’ ovvio che la donna ha colto l’occasione di acquistare per qualche
€uro della merce, imitativa di articoli di marca (con la quale ci avrebbe fatto
un figurone), per altro “davanti agli occhi della legge” che avevano visto,
tollerato e consentito l’operazione. Perché mai una persona, disposta a
risparmiare (del resto raccomandato dalla stessa intellighenzia del sistema)
dovrebbe privarsi della possibilità di farlo in un luogo controllato dal
pubblico potere?
E c’è qualcosa che va ben oltre l’evento appena descritto. Se un prodotto
di qualità può essere riprodotto magari alla perfezione, nella sostanza e nella
forma, e comunque venduto per pochi
spiccioli, questo dimostra in maniera inequivocabile la fallacità dei prezzi
molto alti in funzione della marca rinomata ovvero, per dirla in maniera nuda e
cruda, che il vero ladrocinio sta proprio da parte della legalità. Ed è proprio
la legge a prenderne le difese.
Prendiamo il caso di un “onesto” imprenditore che si è costruito via via
un paradiso terrestre, trasformandosi da affarista in cerca di successo in un
“padreterno”. Ebbene, io affermo che i beni in esubero posseduti da costui sono
refurtiva: il risultato di una predazione realizzata con modalità surrogatorie
di quelle originarie della giungla. Nessuno può contestare l’evidenza che quel
ben di dio è ricchezza prodotta dai lavoratori, a cui non è stata distribuita
(come vuole la legge cooperativa) e che non è stata nemmeno devoluta alla
collettività (come vuole il socialismo) ma è stata accumulata da una o più
persone, titolari dell’impresa, che si sono arricchite mentre i produttori reali
sono rimasti poveri.
Quando un affamato o uno in vena di emulazione, cerca di predare parte di
quella refurtiva, lo Stato, sempre più grottesco tutore di quella criminalità o
predonomia legale detta capitalismo, blocca i beni, cioè la “preda”, presa di
mira da altri predatori.
In questo quadro, fotogramma di una civiltà che “implode” minacciando di
ridursi in un cumulo di macerie in un Pianeta sempre meno ospitale e vivibile,
la prodezza pretoriana, che coglie in flagranza una donna che acquista un bene a
molto buon mercato al posto di uno equivalente gravato di un pizzo esorbitante,
viene comunicata ed elogiata come una vittoria dell’onestà contro il
crimine.
Mi vien voglia di vomitare sulla faccia di chi so io, e solo per civica
decenza, mi avvicino ad un angolo di strada – cioè al contesto di una nota di
cronaca – per liberarmi di ciò che mi opprime lo
stomaco.
Carmelo
R. Viola – Centro Studi Biologia Sociale - csbs@tiscali.it
Sito
internet: http://biologiasociale.altervista.org
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Posted: 10:38, 17/4/2007 in Carmelo Rosario Viola |
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Schizofrenia del servizio sanitario nazionale

ANCORA UNA CAROGNATA “ DI STAMPO LIBERISTA” di Carmelo R. Viola - Acireale Parlo
come sociologo e come paziente: la seconda veste non è riduttiva della
prima (come parrebbe suggerire l’apparenza) ma, al contrario, è la voce
di un’esperienza vissuta da oltre un ventennio sulla mia pelle (più
precisamente sulla mia faccia) che non è possibile
apprendere-comprendere-percepire attraverso nessuna lettura di nessun
testo per quanto informato e dettagliato. La narrativa può stimolare la
sfera dei sentimenti e provocare vere emozioni di piacere o di dolore,
fino al riso o al pianto, ma restiamo pur sempre nell’àmbito
psicomentale. La
sofferenza patologica resta pertinenza esclusiva del corpo e del
cervello di chi ne è portatore. Il caso specifico è quello del nervo
trigemino, che percorre i due lati della faccia e va dal mento fino
alla fronte. Uno dei due si può ammalare a sèguito di un conflitto
neurovascolare o di altre cause. La sua manifestazione patologica
caratteristica è espressa con il termine – banale – di nevralgia
(dolore nervoso), che consiste - e questo è il bello! in
scosse elettriche vere e proprie, terrificanti, fino a costringere il
malcapitato all’immobilità totale della faccia e ad assumere solo cibi
liquidi a mezzo di una cannuccia. Tale tortura è definita “da suicidio”. Il
trattamento farmacologico è quasi sempre un palliativo. Gli interventi
neurochirurgici - esclusi i rarissimi radicali e risolutivi – dànno
solo parentesi, più o meno lunghe, di remissione e di tranquillità.
Resta l’insopprimibile panico del ritorno improvviso, che prima o poi
fa ripiombare il paziente in un drammatico smarrimento. In ogni caso,
gl’interventi distruggono via via le fibre del nervo mutilandolo in
maniera irreversibile. Il nervo offeso “risponde” con molteplici e
sempre più aggressive sensazioni anomale, dette parestesie, che prima o
poi provocano una tempesta di disturbi, perfino dolorosi, che
colpiscono alternativamente o in blocco, ogni tratto del lato
interessato – metà lingua, metà labbra e bulbo oculare compresi. Anche
questo tormento, stressante sino alla depressione grave e alla voglia
di farla finita, è designato con la locuzione banale di “dolore
neuropatico”, dietro il quale c’è la inesprimibile sofferenza anche
esistenziale che solo i pazienti conoscono. Le parestesie hanno
carattere cronico e tendenza al peggio! Da qualche tempo è stato messo in commercio un prodotto con il principio attivo del “pregabalin” che può
rendere più sopportabili le patologie appena accennate. E’ un farmaco
specifico nel cui foglio illustrativo si legge che lo stesso “viene utilizzato per trattare il dolore cronico causato da un danno del sistema nervoso” e precisa che “il dolore neuropatico (…) può avere un impatto sull’attività fisica e sociale e sulla qualità della vita complessiva”. Con
provvedimento dell’Agenzia Italiana del Farmaco – divenuto legge con
determinazione del 4 gennaio scorso – tale farmaco è prescrivibile -
risum teneatis, amici! – solo se le sofferenze sopra descritte molto
sommariamente, siano secondarie ad herpes zoster e a neoplasia: tutti
gli altri pazienti devono sborsare fino ad oltre trecentoventimila
delle vecchie lire per mese, anche quando non hanno soldi per il pane!
Il testo del felice parto legislativo parla di “dolore neuropatico (…) come dolore associato a lesione primaria o disfunzione del sistema nervoso” e specifica che “l’approccio terapeutico della sintomatologia algica è (…) solo sintomatico e non casuale”.
Dunque, il sacro totem de ministero conferma la gravità della patologia
e la specificità del farmaco ma lo ritiene prescrivibile a carico del
SSN solo se i due tipi di patimento psicofisico siano secondarie ad
altre patologie. La decisione, che pretende di determinare “l’uso appropriato dei farmaci”, contiene mostruose incongruenze logiche: limita l’uso del “pregabalin”,
contrariamente alla destinazione descritta e prescritta sul foglietto
illustrativo dello stesso, a due soli casi di affezione secondaria, ed
esclude, in maniera del tutto arbitraria – ed aggiungo io, con
cognizione di causa, illegittimo! – dal beneficio assistenziale tutta
una numerosa categoria di sofferenti – per cui tale farmaco è stato
concepito ed è prodotto - oltreché in totale stridente contrasto con
l’art. 32 della Costituzione (non ancora abolito) che recita essere
l’assistenza sanitaria un “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” e non prevede discriminazioni di sorta. Pertanto,
il provvedimento in questione, più che frutto di impensabile
incompetenza della suddetta Agenzia, è una rozza riduzione della spesa
sanitaria con la saggezza di un tipografo cretino che accorci una
poesia d’autore per motivo di spazio! Ci troviamo di fronte ad una
specie di diktat fiscale che taglia a casaccio bisogni e diritti solo
per fare quadrare le casse di uno Stato divenuto asociale e amorale.
Non di prescrizione di uso appropriato di farmaci si tratta, pertanto,
ma di soccorso anticostituzionale, irresponsabile, incivile e stupido
alle esigenze di un potere pubblico al servizio di sé stesso e non del popolo. Un’ennesima vergognosa
carognata schizofrenica del SSN, che ha sì anche aspetti positivi ma
che, nel suo insieme, si va sempre più omogeneizzando con quel “terzo mondo intra USA”,
che conta già 45 milioni di cittadini senza assistenza sanitaria (e non
solo questo)! Non per niente si cita spesso quella mostruosità
antropologica come esempio da imitare! La spiegazione dell’ennesima
carognata di stampo liberista è ancora la vecchia ridicola presunzione
pseudoeconomica della “mancanza di fondi”, che considera ricchezza lo
strumento tecnico per distribuirla (secondo equità e bisogno), che è la
moneta (passiva), coniabile secondo fabbisogno a condizione di
meccanismi di recupero (propri del socialismo) e non lasciarla
accumulare in poche mani. Ma è proprio quanto si prefigge la
pseudoscienza dei sedicenti economisti: conservare e legittimare le
differenze. Per questo si ricorre alla grottesca menzogna di
prescrizione di un’assunzione appropriata di farmaci per farsi beffa
del buon senso, del bisogno e del diritto. I pazienti del settore che mi leggono, si mobilitino contro una carognata che contesterò, se necessario, anche alla corte del padreterno. Carmelo R. Viola – Centro Studi Biologia Sociale
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Posted: 12:23, 13/4/2007 in Carmelo Rosario Viola |
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Una caratteristica mostruosa contraddizione del capitalismo
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LA
PRESSIONE DEI CONSUMI
di Carmelo R. Viola
Che il capitalismo sia un cumulo di mostruose incongruenze pare che a
continuare a non capirlo siano proprio e solo i sedicenti economisti, cioè
coloro che lo teorizzano, lo insegnano e, all’occorrenza, lo applicano come –
per fare un esempio pratico – l’attuale ineffabile Padua-Schioppa, felice dei
propri successi e che – detto tra parentesi – non trova il tempo sufficiente per
contarsi i proventi giornalieri da onorato lavoro (di economista, appunto) con
probabili proventi bancari annessi.
La pressione dei consumi è una di tali incongruenze del capitalismo che,
come ho più volte scritto, altro non è che l’imitazione antropomorfa della
predazione forestale nei termini della predonomia. Per avere un’idea di cosa sia
la pressione dei consumi basta elencare gli effetti che più facilmente ci
vengono in mente.
L’espediente privilegiato
della sua attuazione è la famigerata pubblicità – scienza seriosa insegnata
perfino nelle università! – sottintesa bugiardamente informativa, mentre è solo
consumistica perché basata non sull’informazione ma sull’aggressione emotiva
delle immagini e delle parole. Un crimine vero di tale espediente di mercato è
la menomazione della capacità mentale di scelta critica, consapevole e
responsabile, dei consumi attraverso la cosiddetta persuasione occulta o
subliminale (per cui basta la sola reiterazione della reazione inconscia) che il
codice del sistema non contempla e non punisce,
Siffatta pubblicità è
autentica spazzatura mediatica che le emittenti radiotelevisive e gli editori
fanno a gara a chi se ne imbratta di più allo scopo di autofinanziarsi (e
possibilmente arricchirsi).
Ecco alcuni esiti oggettivi, fra i più percepibili e
devastanti:
1 - produce un disturbo psicomentale di fruizione della trasmissione in
termini di interruzione, di forzata discontinuità dell’attenzione, di blocco
della percezione emotiva, di offesa all’opera d’arte e allo spettacolo e agli
autori degli stessi;
2 - produce un sovrapprezzo dei prodotti pubblicizzati con concomitante
riduzione del potere di acquisto dei consumatori;
3 - produce un accumulo di profitti parassitari, vera refurtiva di
aziende sponsor ricavata da lavoro “comprato a buon mercato” (ma sì secondo i
cosiddetti parametri sindacali!): con tale refurtiva le TV organizzano i noti
giochi a premi (prede) (il “predaludismo”, coadiuvatore demagogico
della possibilità illusoria di potere
risolvere un qualche problema di famiglia o realizzare un qualche sogno
emulando le gioie dei benestanti);
4 - annulla la famosa strombazzata “legge della domanda e dell’offerta” -
che sarebbe una specie di termostato naturale della predonomia – perché ne
determina la domanda;
5 - induce al consumo di beni non necessari, futili, inutili e perfino
nocivi a sé e all’ambiente con aggravio del bilancio delle famiglie meno
abbienti;
6 - produce errori e vizi nell’alimentazione e un consumo autolesivo di
prodotti farmaceutici con danno alla salute e aggravio della spesa
sanitaria;
7 - allarga l’area di sfruttamento del lavoro (unico effetto
apparentemente positivo indicato con l’eufemismo “maggiore occupazione”, come se
questa dovesse dipendere dai buoni affari di
qualcuno!);
8 - aumenta l’inquinamento ambientale e dell’ecosfera con conseguenze
anche catastrofiche (già in atto);
9 - incrementa la produzione di beni e servizi non secondo il fabbisogno
fisiologico della collettività ma secondo la “domanda
indotta”;
10 - aumenta l’asfissia urbana, le difficoltà logistiche e di
circolazione, il deturpamento dei monumenti storici ed artistici e il disturbo
del flusso turistico;
11 - produce spreco di materie prime (come il
petrolio);
12 - contraddice totalmente alla raccomandazione del
risparmio;
13 - educa al disordine consumistico soprattutto i minori e le nuove
generazioni sempre più sensibili all’invito a consumare tutte le ore
“all’americana” cibi appetibili ma causa di patologie come l’obesità con
conseguente conflitto fra figli e genitori.
Ce n’è quanto basta per configurare una delle maggiori vergogne di base
della società neoliberista e filoamericana e dell’affarismo globale spacciato
per liberalesimo e per progresso quando si tratta solo della generalizzazione
planetaria del ritorno, in termini di tecnologia e di arbitrarietà (spacciata
per libertà), alla “morale della giungla”. Infatti, ogni incongruenza in elenco
contraddice una corrispondente specifica dichiarazione di principio ovvero uno
dei tasselli della copertura ideologica del sistema. Il tutto traccia i tratti
somatici di quella faccia di bronzo dell’intellighenzia “responsabile” di questo
pseudo Stato di diritto con la pseudo democrazia che l’accompagna, faccia di
bronzo che ritroviamo solo nei mentitori di mestiere, interessati a mimetizzare
i propri illeciti privilegi.
A dispetto delle crescenti risultanze dismetaboliche di quello che è un
organismo vivente sui generis – la società voglio dire – i “mastri di bottega” – alias parlamentari
-, i signori del mercato – alias
superbusinessmen – e i veri manager del sistema – alias boss della finanza
bancaria – continuano a pestare il pedale dell’acceleratore di una crescita
consumistica, che promette solo abnormità predonomiche, – ovverosia inasprimento delle
differenze abissali – da un lato, e marasma socio-ecologico, dall’altro.
In termini reali, aumenta a dismisura la spazzatura pubblicitaria fino a
frastagliare checchessia; continua il massacro stradale anche per effetto del
culto della velocità, anche questo pubblicizzato a fini di cassetta assieme al
fumo e all’alcool (attraverso filmati sponsorizzati da criminali del capitale);
la mente del sistema continua a misurare il progresso secondo il parametro del
prodotto interno lordo (Pil). Leggi: più auto uguale a più
crescita!!!
Il capitalismo è diventato una macchina, che può continuare a funzionare
solo a condizione di produrre e consumare a ruota libera senza alcun riferimento
alla qualità del prodotto. E’ un marchingegno produttivistico-consumistico che
sfocia nella paranoia personale e nel disordine generale. Che ne pensano i
fautori dei due schieramenti polari della visionaria “democrazia
dell’alternanza” (per dirla con una barzelletta del primo cittadino), così
impegnati a contendersi le poltrone parlamentari come se il bene del popolo
(puntualmente chiamato in causa) dipendesse da tale gioco
puerile?
Per evitare gli effetti “umanicidi” dell’automatismo a tre tempi
(“produzione-consumo-distruzione”), basterebbe applicare la vera economia, ed è
come dire il vero socialismo.
Carmelo
R. Viola
csbs@tiscali.it –
sito internet: http://biologiasociale.altervista.org
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Posted: 01:56, 6/4/2007 in Carmelo Rosario Viola |
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Contro l’illegittima prepotente accanita anticristiana ingerenza della Chiesa
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IO,
CITTADINO”SOVRANO”, PROTESTO…
di Carmelo R. Viola

Ho ogni rispetto per chi crede. Credere è un bisogno biologico come
quello di nutrirsi e di comunicare. Ogni essere intelligente ha una sua fede.
Perfino chi dice di non credere in niente – l’ateo – crede, sebbene in maniera
non sacramentale. Se io non credessi nell’utilità – anzi, nella nobiltà – delle
cause per cui mi batto, non scriverei questo ed altro. Ogni soggetto deve essere
libero di avere una propria fede (purché al limite della non violenza): io credo
anche nel dovere di difendere tale diritto perfino in chi crede in “verità” che
mi ripugnano, e non perché ciò è attribuito a Voltaire, non so quanto
attendibilmente. La lotta per qualcosa con cui ci si identifica, ci gratifica:
ci fa essere noi stessi.
Ebbene, con tutto questo non c’entra la illegittima, prepotente,
accanita, petulante, autocratica, e soprattutto anticristiana, ingerenza della
Chiesa negli affari del nostro Stato, in ispecie del nostro Parlamento alias
potere legislativo. Si direbbe che
il lupo cambia il pelo, con quel che segue…Diciassette secoli di errori non sono
bastati. Non è bastata la generosità con cui i nostri soldati, nel 1870, si sono
limitati alla Breccia di Porta Pia e alla soppressione di un Stato Pontificio e
di un potere temporale eretti in forza di quella stessa prepotenza che oggi
costituisce un governo parallelo con evidente tendenza di volersi sovrapporre a
quello nazionale, e che mette spudoratamente parlamentari contro parlamentari,
cittadini contro cittadini, fratelli contro fratelli in nome di quel Cristo che,
storico o leggendario, predicava la comprensione, la tolleranza, l’amore e il
perdono. Semmai la giusta contestazione del soggetto indignato che scaccia gli
ipocriti usurai dicendo: “questa è la
casa del Signore, ne avete fatta una spelonca di
ladroni”.
Non è il caso della Chiesa attuale, la quale non si accontenta di essere
presa sulla parola per continuare ad esistere non potendo esibirci alcun
attestato di legittimità che non sia quello dell’autolegittimazione di qualunque
potere non necessariamente di origine divina. Allo Stato del Vaticano non basta
la tolleranza extragiudiziaria in base alla quale sussiste ed è finanziato in
maniera palese attraverso i bilanci dello Stato, che ne cura perfino gli
innumeri edifici di culto, in maniera esente da ogni controllo fiscale dai mille
rivoli della devozione. Ed ha piena libertà di predicare le proprie verità,
quali che siano.
Tutto ciò non gli basta. Essa è quella che è riuscita a far credere di
essere: quello che i credenti credono che sia. La validità giuridica è solo una
copertura a posteriori. Nessun istituto religioso ha avuto ed ha il potere che
vanta la Chiesa, se si fa eccezione dello Stato islamico fondamentalista che è
tutt’uno con il potere religioso o teocratico. L’esperienza vissuta sarebbe
dovuta bastarle per imparare ad esistere non per tacita complicità ma come
maestra di vita sulla falsariga della bellissima figura del Cristo, che non
aveva alcuna veste per delegare chicchessia ad imporre
checchessia.
La Chiesa dispone di innumeri contatti attraverso cui può legittimamente
“governare” i propri fedeli in quanto tali: non ha alcun titolo per ordinare ai
suoi “sudditi” di varare o votare leggi impositive di comportamenti religiosi
tanto meno con la minaccia dell’inferno (o della scomunica) in totale contrasto
con la laicità dello Stato. Contro tale ingerenza, priva di ogni legittimità,
io, cittadino sovrano”, stanco ed offeso, protesto e sfido chiunque a
dimostrarmi il contrario. Nessuna legge laica obbliga il cattolico a divorziare
– per fare un esempio banale: il converso è che nessuna legge parimenti laica,
può obbligare un non cattolico a non divorziare. Lo stesso vale per qualunque
altra modalità di vita, che nasce dal diritto naturale e dalla
scienza.
Che la fede – allegramente scambiata per coscienza – comprenda il diritto
d’imporla, è pura presunzione destituita di ogni fondamento razionale e
scientifico. Sul piano giuridico si può configurare il reato di “millantato
credito” se il fatto è commesso in malafede. Se il diritto d’imposizione (di “eterocoazione”) è parte della fede,
allora bisogna rivolgersi alla psichiatria, la quale spiega come il volere
esercitare sugli altri un potere di controllo fine a sé stesso, è una patologia
mentale. Ho detto tutto.
Alla Chiesa è consentito, per consolidata tradizione ed acquiescenza – e
solo per questo - di guidare chi
crede in essa: non ha alcuno
diritto di usare i suoi fedeli come agenti politici di opposizione e
disobbedienza nel contesto di non importa quale Stato. Per contro, a chi
antepone i precetti della Chiesa alle leggi del proprio Stato, dovrebbe essere logicamente inibita
l’eleggibilità a rappresentante del popolo e qualunque attività incompatibile
con la propria sudditanza fideistica allo Stato del
Vaticano.
Quando qualche parlamentare o giornalista
o giurista od uomo di cultura avrà il coraggio di alzare la voce contro cotanto
scempio della scienza e del diritto?
Carmelo
R. Viola
csbs@tiscali.it –
sito internet: http://biologiasociale.altervista.org
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Posted: 09:30, 29/3/2007 in Carmelo Rosario Viola |
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