Pierino Malagoli - Business Intelligence per capire subito come va la tua azienda | |
Buttiamo a mare il controllo di gestione.
01:54, 8/2/2010
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Si, avete letto bene: a mare il controllo di gestione.
Primo: è un sistema datato, che può magari andar bene ancora alle aziende con pochi prodotti, tanto magazzino e nessun concorrente (quante sono?), ma non certo alle imprese di una certa dimensione e strutturate che hanno bisogno di stare in mercati competitivi e instabili;
Secondo: avete mai sentito dire di una azienda che si è salvata perché i report di controllo budget hanno informato in tempo che si guadagnava meno? Mica è necessario il foglietto a fine mese per sapere che si vende meno, basta parlare con i venditori o l'addetto alla fatturazione.
Terzo: valutare e pianificare un investimento a lungo termine con tecniche che risalgono al secondo dopoguerra, è come voler guardare distante con gli occhiali da presbite.
Forse qualche collega consulente mi sta stramaledicendo mentre legge queste righe, ma non è mia intenzione rovinare la piazza a nessuno.
La verità è che bisogna essere onesti, con se stessi e con le aziende: il tradizionale sistema di controllo basato sui classici indici economico-finanziari per giudicare le prestazioni dell'impresa (es.: ROI e ROE) ha il valore attuale di una banconota da 3 euro da riscuotere fra vent'anni.
Perché così drastico? vi chiederete. Perché sono anni che mi sono accorto del divario che c'è tra le aspettative generate quando si implementa un tradizionale sistema di controllo in azienda, e i risultati che se ne ricavano, quantitativamente ampi, qualitativamente limitati. Oh si, subito la proprietà, i managers aziendali, spalancano le bocche, stupiti per la dovizia di informazioni che prima manco si sognavano di avere in mano. Poi, piano piano, subentrano i dubbi: "troppe informazioni, mi perdo", oppure "e adesso, che me ne faccio di tutto ciò?, come vendo di più? come aumento l'utile?".
Secondo me le questioni sono tre:
- primo: il classico controllo di gestione basato su indici finanziari, reddituali, di produttività, di solidità, report economici, ecc., prende le mosse massicciamente dalle scritture contabili in partita doppia con cui si rilevano il patrimonio e i fatti economici di esterna gestione (certo, non solo da queste); negli ultimi anni però vi è stato uno spostamento del baricentro nella struttura patrimoniale di molte aziende, infatti il peso degli assets intangibili sul valore dell'azienda è andato sensibilmente aumentando, così come è cresciuta l'importanza strategica delle risorse immateriali: il problema è che i tradizionali strumenti di misura contabile non rappresentano adeguatamente questi valori, o non li rappresentano affatto: servono evidentemente altri strumenti ed altre misure;
- secondo: la differenziazione produttiva e dei servizi offerti, la ricerca della qualità dei prodotti, il ciclo di vita delle referenze e il time to market sempre più breve, generano una nuova moltitudine di variabili determinanti la complessa configurazione dei costi gestionali, ben al di là di quelli riportati nei manuali di contabilità analitica: come rappresentarli nel conto economico gestionale se non attraverso strumenti informativi che possano scendere e salire in maniera scalabile tutti i livelli di aggregazione possibile delle informazioni;
- terzo: il meccanismo gerarchico aziendale classico (dall'alto verso il basso) non valorizza appieno le esperienze e le competenze in tutti gli ambiti aziendali, anzi tarpa le ali a tutti coloro che possono e vogliono partecipare alla definizione di una miglior qualità del prodotto; tuttavia è velleitario pensare di scardinare tale pratica, in favore di una maggior partecipazione di tutti al miglioramento della qualità, solo istituendo sedi di discussione e confronto: l'enpowerment si afferma in azienda proporzionalmente alla diffusione e socializzazione delle informazioni di cui ogni collaboratore ha bisogno per fare bene il proprio lavoro.
Tutti e tre questi elementi possono trovare una valida risposta nella Business Intelligence.
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